i. Milano di una volta, ancora Italia
In Italia esiste un dibattito che troppo spesso si esaurisce nello scontro ideologico, dimenticando una domanda essenziale per qualsiasi economista o manager: chi sostiene i costi di una determinata attività, chi ne riceve i benefici e quale valore rimane effettivamente al territorio? È una domanda che riguarda anche i centri sociali, soprattutto quando spazi occupati o concessi a condizioni particolari ospitano attività economiche, eventi, somministrazione di alimenti e bevande o iniziative finanziate attraverso raccolte fondi. Non tutti i centri sociali sono imprese mascherate, né tutte le attività che ospitano sono illegali ma molti realizzano iniziative assistenziali che possono produrre benefici collettivi. Questo non elimina un problema economico fondamentale perchè quando un’organizzazione genera entrate attraverso attività commerciali senza sostenere obblighi e costi equivalenti a quelli degli operatori regolari, può crearsi una distorsione competitiva. Se l’occupazione di un immobile comporta spese, mancati ricavi o responsabilità economiche per la collettività, il valore sociale dichiarato deve essere confrontato con il suo costo effettivo.
Possiamo definire Poverty Economy, in senso critico, un sistema nel quale la presenza continuativa del disagio contribuisce a sostenere attività, finanziamenti, consenso e posizioni organizzative. Non è una categoria economica formalmente applicabile a tutti i centri sociali ma un rischio di governance che merita attenzione.
Il meccanismo è quello degli Incentive Misalignment, gli incentivi disallineati. Un’organizzazione nata per contrastare un problema dovrebbe misurare il proprio successo attraverso la progressiva riduzione di quel problema, ma se risorse, visibilità e continuità dell’organizzazione dipendono esclusivamente dalla sua permanenza, può emergere un incentivo a gestire il disagio anziché superarlo. Inoltre quando una città ospita strutture che utilizzano risorse pubbliche o private senza un adeguato quadro di responsabilità, possono emergere quelle che gli economisti definiscono Negative Externalities, esternalità negative, con costi sostenuti da soggetti differenti da quelli che beneficiano direttamente dell’attività. Nel lungo periodo, una comunità che tollera sistematicamente regole differenti per attività equivalenti rischia di indebolire la fiducia nelle istituzioni e negli investimenti. Un Paese non cresce semplicemente aumentando il numero delle organizzazioni che dichiarano di combattere il disagio ma lo fa, quando riesce a ridurre gli ostacoli che impediscono alle persone di sviluppare competenze, partecipare alla vita economica e generare valore. Il futuro dovrebbe appartenere a un modello di Social Value Creation nel quale l’impatto sociale sia compatibile con la legalità, la sostenibilità finanziaria e la crescita del territorio, ma per farlo servono regole trasparenti, responsabilità definite e risultati valutabili.
Un’invito a riflettere..
ProsperT – Il magazine degli Ambiziosi in Carriera.



